Sarebbe così bello poter dire sempre la verità su sé stessi, su cosa si prova, su chi si è davvero, svelare chi si cela sotto la maschera "più adatta alle intenzioni" (Shakespeare).
Sarebbe così bello se, a volte, non fosse così maledettamente difficile.
Ci sono verità che, se svelate, mettono a rischio l'amore che gli altri hanno per noi, e se non svelate, pesano sul cuore come sassi... e noi passiamo il tempo a barcamenarci tra ciò che riteniamo lecito svelare e ciò che invece è meglio seppellire nei meandri più bui e polverosi del nostro io.
Io, il mio io, lo dono quasi sempre a metà. Ed è già più di quanto faccia un sacco di gente, temo.
L'altra mia metà è uno scomposto miscuglio di paure, sogni, speranze; è un urlo interiore che chiama qualcuno che capisca, senza giudicare, che abbracci quella parte di me così solitaria e spaventata.
Spesso guardo negli occhi chi ho intorno, e mi chiedo: anche loro hanno un sé stesso raggomitolato nel buio che aspetta una mano tesa? Anche loro fingono? E perché lo fanno, perché lo faccio? Spesso pongo domande scomode e difficili, che sono richiami, battiti contro le pareti di metallo di quella gabbia che intuisco in ognuno, battiti che risuonano profondamente e fanno alzare la testa al sé stesso nascosto. Ma sono solo attimi: esso torna ad abbassare lo sguardo, i capelli sulle braccia, piangendo silenziosamente la sua solitudine.
Qualcuno, ogni tanto, fa risuonare le mie, di pareti interiori. Deboli cenni di apertura, che subito mi fanno ritrarre spaventata. E se quella persona non capisse? E se poi, invece, provasse ripugnanza? E se perdessi il suo affetto?
Sarebbe così bello poter essere sempre sinceri con gli altri. Ma, la maggior parte del tempo, abbiamo paura di esserlo perfino con noi stessi.
Io ultimamente sto facendo esercizio di sincerità. Parlo, con chi amo e stimo, parlo anche di cose scomode e difficili; spesso la reazione è di chiusura, un ritrarsi nel proprio guscio comodo e sicuro, ma a volte qualcuno tende la mano. E quando accade, è bellissimo: per un attimo, le dita si toccano, si intrecciano, si stringono, e non mi sento più sola e al buio.
Trovo doveroso pubblicare questo brano di Federico Campoli, cronista volato in Grecia a vedere cosa stesse succedendo visto il silenzio mediatico degli ultimi mesi. Il racconto è agghiacciante e lugubre, soprattutto al pensiero che la Grecia è dietro l'angolo e che la nostra situazione economica è molto simile alla loro un anno circa fa. Vi chiedo di condividere l'articolo dovunque... è importante che si prenda coscienza di ciò a cui l'euro inesorabilmente porterà anche noi se non facciamo qualcosa.
” Non siamo in Uganda o nel Darfur. Siamo in Grecia, più precisamente nella capitale, Atene, e una roba così non si vedeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Un camion si ferma in una delle tante strade della capitale. Apre i portelloni. Le persone a bordo cominciano a tirare fuori frutta e verdura. La distribuiscono gratuitamente alle decine di persone che si sono raccolte attorno al mezzo. Tra loro ci sono persone anziane, donne con bambini in braccio, ma anche giovani, ragazzi dal viso pulito non più grandi di 30 anni. Insomma, tutta gente che ha grosse difficoltà ad arrivare a fine giornata. Dopo pochi minuti la calca comincia a farsi sempre più pressante. Volano spintoni, qualche insulto, poi parte la scazzottata per chi arriva primo a prendere il cibo. Il giornalista della Bbc, che sta riprendendo la scena, viene colpito nella ressa. A distribuire frutta e verdura sono i ragazzi di “Alba Dorata” che girano incessantemente per i quartieri piu’ poveri tentando di portare un minimo di conforto ai propri concittadini che ormai vivono di stenti. Una persona su quattro in Grecia è disoccupata. Molti di quelli che riescono a mantenere il proprio posto di lavoro non riescono comunque ad arrivare a fine mese. I lavoratori hanno assistito impotenti ad una riduzione del salario del 22% solo nell’ultimo anno. Il salario medio ora arriva a 586 Euro al mese. Ben al di sotto della soglia di poverta’. Da Bruxelles continuano ad arrivare i cosiddetti “aiuti europei”, ma ognivolta che viene sbloccata una nuova tranche le cose vanno peggio di prima. Adesso, i signori dell’Ue non possono più mentire. La Grecia è praticamente fallita. La penisola ellenica è a un passo dal crollo definitivo, a causa del peso dei debiti contratti per salvarsi. Hanno preso cento miliardi e sono peggiorati di centotrenta. E’ la ricetta dell’FMI. Qualcuno se ne e’ accorto anche al Consiglio d’Europa e alla Bce e sta timidamente suggerendo l’ uscita della grecia dall’euro, con una conseguente svalutazione della dracma del 20-30%. Ma sono in pochi ad avere sale in zucca o ad essere in buonafede. La maggior parte ragiona come Jeroen Dijsselbloem, nuovo presidente dell’eurogruppo, l’alfiere del “cauto ottimismo” che ha avuto la faccia di bronzo di affermare in una recente intervista di essere favorevole all’austerity e ai “conti in pareggio” e di compiacersi della “stretta collaborazione tra il Governo ellenico e la troika” per concludere poi affermando di aver individuato “alcuni segnali tali da giustificare un certo ottimismo”. Mi guardo intorno per coglierne i segnali, se si compiace dovrebbe essere facile individuarli, ma le uniche differenze visibili rispetto alla Grecia allegra e solare che ricordavo sono i reparti antisommossa che presidiano gli incroci ed una cappa asfissiante di fumi misti a cenere che avvolge la capitale, dalla collina del Ligabetto giu’ fino al Pireo. Ormai da qualche mese Atene vive coperta da una fitta coltre di smog puzzolente, prodotto dal fumo dei camini e delle stufe a legna. I suoi miasmi impregnano persone e cose. Niente piu’ odore di mare, di spiedini arrostiti, di mousaka, di salse allo yogurth con aglio. Solo questa puzza terribile che ti entra nella bocca e non va piu’ via. La puzza della morte stessa, la morte di un popolo. Non è un fenomeno solo ateniese, ma di tutta la Grecia le città sono avvolte da un odore acre dei fumi della legna e della cenere, mischiati a tutti i tipi di sostanze tossiche bruciate. Questa è una delle piaghe sociali arrivate con il “salvataggio”, è il risultato diretto dell’austerità selvaggia imposta dalla troika e dal governo greco che non è mai stato capace di proteggere i suoi cittadini. La troika ha chiesto, e il governo greco ha eseguito, aumentando le tasse sul gasolio da riscaldamento, quello che usano in quasi tutti gli edifici greci, portandolo allo stesso prezzo del gasolio-auto. Già il prezzo di un litro di benzina alla pompa in Grecia era il più alto d’Europa, nel rispetto degli ordini ricevuti dalla troika. In Grecia il prezzo del gasolio è salito di oltre il 50% dal 2009, soprattutto per l’aumento delle accise. Questo fatto, combinato con un calo del reddito medio reale del 40-50%, ha determinato una diminuzione delle entrate fiscali sul gasolio per un miliardo e mezzo di euro, visto che adesso il combustibile per riscaldamento è diventato un lusso che la maggior parte della gente non può piu’ permettersi, il crollo dei consumi è sceso fino all’80%. Quindi quasi tutti hanno dovuto trovare alternative al riscaldamento centrale e molti hanno preso stufette elettriche, griglie a benzina o altre soluzioni pasticciate che costano meno del gasolio anche se, bruciando qualsiasi cosa nei camini o nella vecchie stufe a legna, si produce un degrado ambientale incredibile ed a volte anche tragiche conseguenze per le persone. Fa male, malissimo, alla lunga e nemmeno tanto, uccide,ma la gente, quando ha veramente freddo, brucia mobili, plastica, materiali da costruzione e persino le scarpe vecchie pur di riscaldarsi, e tutto questo rende ancora più micidiale e dannoso per la salute il mix tossico dei fumi che avvolgono le maggiori città. Dovreste vedere a cosa e’ ridotta l’atmosfera qui. Sky TV ieri sera ha ammonito: “Un gruppo di scienziati di sette centri di ricerca entro il 20 febbraio dovranno analizzare lo smog in diverse città per valutare l’impatto ambientale di un maggior uso di camini e stufe a legna. Gli scienziati, insieme al Centro per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione, hanno verificato che bruciare legna in casa provoca un inquinamento dell’aria 30 volte maggiore rispetto all’utilizzo di combustibili bruciati in caldaie con manutenzione controllata. Hanno scoperto anche che le concentrazioni di particolato di fumo da legna nell’atmosfera è aumentato del 200% da dicembre 2010 a dicembre 2012, e di notte ancora di più. Il Centro di Controllo è preoccupato perché l’aumento dell’inquinamento dell’aria può provocare problemi respiratori e allergie che aggravandosi arrecano danni al sistema neurologico e riproduttivo.” Il prezzo della legna da ardere, naturalmente, è raddoppiato rispetto all’anno scorso e l’incentivo ad abbattere gli alberi di foreste e parchi è grande, tanto che sia i parchi che le riserve naturali hanno già subito gravi perdite. Per effetto delle rigide temperature invernali, questa tendenza si sta assestando un duro colpo all’ambiente e le colline diventano sempre più spoglie mentre nuvole di smog si sprigionano dagli incendi che avvelenano l’aria di Atene e delle altre città con tutti i rischi che possono provocare sulla salute pubblica. Il Ministero dell’Ambiente ha dichiarato che il numero di casi di disboscamento illegale è aumentato a dismisura nel 2012, come documentano le oltre 3.000 denunce e il sequestro di 13 mila tonnellate di alberi tagliati illegalmente. Un disboscamento così esteso in Grecia avvenne solo durante la brutale occupazione nazista del 1940, a questo punto hanno portato i cinque anni di recessione e le drastiche misure di austerità messe in atto.I distributori di carburante protestano per un calo delle vendite del 75-80% nell’ultimo trimestre 2012, rispetto al 2011, e come logica conseguenza c’è stato anche un crollo delle entrate fiscali per 400 milioni di euro solo per le mancate vendite di gasolio per riscaldamento. Il Ministro delle Finanze, Yiannis Stournaras, professore di economia e banchiere, tanto per cambiare, ed ex capo della IOBE, l’Associazione Economica degli industriali greci , è stato comunque irremovibile, pur avendo un quadro della situazione economica greca molto chiaro, continua a negare l’agghiacciante evidenza che appare ormai evidente a qualsiasi cittadino del paese: rifiuta ancora qualsiasi aiuto anche per le famiglie più povere, ma consiglia di “essere pazienti per un altro anno” e di aspettare che il freddo passi. Aspettare che il freddo passi….. geniale davvero! Ma poi ha anche detto che il crollo delle entrate sui carburanti per riscaldamento è dovuto all’”accumulo fatto lo scorso anno”, senza dare importanza al calo delle vendite dell’ 80%. Ovviamente il culto del suo credo economico, che lo fa tanto rassomigliare a Mario Monti ed ai suoi stolti discepoli, non gli consente di prendere atto di alcuni effetti collaterali, ad esempio sulla salute, sui rischi di incendio e sul taglio illegale dei boschi. La troika sembra comunque soddisfatta dei risultati che ha ottenuto, quindi , come si permettono le vittime delle sue scelte politiche di non essere d’accordo e protestare ? Gia’—-perche’ bisogna anche soffrire in silenzio ed anche morire tacendo se occorre. Poveri carabinieri d’Europa. Per le persone che adesso consumano più energia elettrica per il riscaldamento, c’è in ogni caso anche la possibilità di godersi pure un pizzico dell’effetto della “liberalizzazione del settore dell’energia”, ( in Italia lo stiamo attendendo come il decantato salvatore ) tanto che la spesa sta diventando insostenibile, e le bollette hanno subito un aumento del 9% (di più per i piccoli consumi, di meno per i consumi maggiori, secondo la vecchia regola del togliere di piu’ a chi ha di meno che ben conosciamo anche da noi ), in attesa dell’aumento del 20%, che dovrebbe essere approvato entro quest’anno. Intanto le società che forniscono l’energia pubblica, ogni mese stanno tagliando gas e luce a 30.000 utenti che non possono pagare le bollette! Mille famiglie al giorno….In pratica in Grecia da 300 a 500 mila famiglie vivono già letteralmente al buio. Saranno questi i segnali incoraggianti di Jeroen Dijsselbloem ? Di contro il prof. Hans Werner Sinn, consigliere personale di Angela Merkel, insieme ad altri 50 nomi del mondo dell’economia e sostenuto da Moorald Choudry, vice-presidente della Royal Bank of Scotland (la quartabanca del mondo) ha presentato un rapportourgente al Consiglio d’Europa ealla Bce sostenendo la tesi della fuoriuscita, almeno temporanea. Non solo, ma nel rapporto si legge testualmente che “l’economia (greca) è arrivata ad un punto di tale degrado da poter essere considerata come tragedia umanitaria e quindi si può cominciare aventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.Intanto, è iniziato il diciassettesimo giorno di protesta per gli agricoltori, incredibile ma e’ cosi’, stanno veramente protestando ed anche veementemente ed oltre a distribuire cibo al popolo chiedono la riduzione del prezzodel gasolio per i mezzi agricoli, un abbassamento dell’Iva e, soprattutto, chiedono che le banche rilascinocredito. Ma non sono solo gli agricoltori che regalano i propri prodotti. Molte aziende alimentari distribuiscono gratis in piazza, tramite Alba Dorata, quello che non sono riusciti a vendere. In teoria, la cosa sarebbe illegale ma arrivati a questo punto sono in molti ad operare una netta distinzione tra ciò che è legale e ciò che è giusto. La situazione si fa sempre più disperata. La sensazione che ho e’ molto nitida, mai come ora la Grecia rischia la guerra civile. E i numeri confermano l’inarrestabile crescita del disagio sociale ed economico. Le rapine,negli ultimi mesi, sono aumentate del 600%. In parecchi inoltre si danno al saccheggio di metallo, da rivendere per qualche spicciolo. La gente e ridotta alla fame e si vede ed ormai farebbe qualsiasi cosa per mettere in tavola qualcosa di caldo da mangiare. Ammesso che si abbia ancora una tavola o un tetto sotto il quale stare. Anche il numero dei senzatetto è aumentato in maniera spropositata. Le ultime stime parlano di 40mila persone costrette a vivere nei cartoni agli angoli delle strade. Ne ho visti tanti passeggiando per le vie di una Atene spettrale, fredda ed avvolta da una cappa fetida. Una delle immagini più significative ritrae un antico anfiteatro greco, sulle cui scalinate dormono decine di senzatetto, avvolti da scatoloni di cartone. Anche Amnesty International ha stilato il suo rapporto, in cui denuncia le condizioni di estrema povertà della gente e degli abusi ricorrenti di una polizia male attrezzata, che tenta di mantenere il controllo di una nazione ormai alla deriva e ben avviata verso la guerra civile. Insomma, nè le strabilianti cifre di denaro elargite del trio Fmi-Bce-Ue, né le varie direttive della razza padrona che ci tiranneggia da Bruxelles sono riuscite a ristabilire le sorti del popolo greco, né tanto meno, dello Stato. Ma non era questo che volevano, infatti. Ovviamente, i soldi sono finiti nelle mani delle banche e da lì non sembra si siano mai mossi. La scusa è sempre la stessa ed è quella abusata che usano anche da noi. Salvare le banche per salvare il popolo. Viene veramente da piangere a guardarsi intorno, i risultati dell’ideologia della ricapitalizzazione bancaria sono devastanti ed insopportabili allo sguardo. Ma oltre ai soliti istituti di credito ci sono anche altri che sono riusciti a trarre un profitto da questa situazione. La crisi ha portato infatti ad una netta riduzione del costo del lavoro, nonché ad una liquidazione coatta dei diritti dei lavoratori. Tra i vari tagli operati dal governo rientrano quelli per l’indennità di fine rapporto dei lavoratori, la malattia e gli straordinari. Insomma, le multinazionali nord europee stanno realizzando una piccola Cina, nel cuore dell’Europa, governata direttamente da loro. Ecco il fine ultimo del lavorio frenetico della Troika, tornare ai tempi della “Compagnia delle Indie” e farlo in Europa. Proprio dove e’ nata la civilta’ occidentale: Atene e Roma. Distruggere la nostra cultura ed anche il ricordo di cio’ che fummo. Questi lavoratori vengono pagati una miseria, senza che siano assicurati loro nemmeno i diritti fondamentali. Come se non bastasse, il 95% dei prodotti di queste società finiscono all’estero. In pratica, la penisola diventa semplicemente una base di produzione a basso costo da cui far partire le proprie merci verso i mercati che ancora sono in condizione di consumare “.
POTETE TROVARE LA VERSIONE INTEGRALE DELL'ARTICOLO QUI: https://iltimes.wordpress.com/
PER QUESTO NATALE, UN RACCONTO DEL MIO AMICO ROD, CHE HO TROVATO TOCCANTE E COMMOVENTE. BUONA LETTURA, E BUON NATALE A TUTTI.
Natale, siamo tutti più buoni. Il che non vieta, però, di sentirsi arrabbiati, traditi, delusi. La delusione è uno di quei sentimenti monouso: una volta che qualcuno ti delude, è per sempre. Non puoi essere sempre più deluso, basta una volta. E per quanto la persona che ci ha delusi possa fare per recuperare, la delusione, se è ben motivata, non sparisce. Mai. Si può continuare a riceverne, sempre dalla stessa persona, ma col tempo non ci si fa più caso. La prima è bastata. La delusione è un tradimento.
Io sono stato deluso dalla madre di mio figlio e lei può dire altrettanto, di me. Non stiamo più insieme da anni, Leo era in prima elementare. Sono passati cinque anni da allora ed egli ha pochi ricordi di noi tre, insieme.
Uno di questi, il più vivido e magico, risaliva all’ultima vacanza estiva trascorsa con mamma e papà, in campeggio a Cecina, Toscana. L’imperfetto è d’obbligo poiché quel ricordo, uno di quelli che, sono certo, l’avrebbero accompagnato per la vita intera, che avrebbe rivissuto una volta padre e che l’avrebbe fatto commuovere ripensando a me dopo la mia morte, è stato deliberatamente spogliato d’ogni significato e quindi, di fatto, annullato, da sua madre. Ma non mi ha deluso per questo, la prima volta c’era già stata. Sono arrabbiato, per questo.
Non mi rendevo conto, mentre lo costruivo nel presente, che quel ricordo avrebbe rappresentato per Leo la sua dimensione magica, quell’evento inspiegabile al quale si sarebbe abbandonato, senza cercare troppo la verità. Era il suo mistero e gli andava bene che rimanesse tale. Di tanto in tanto, quella magìa affiorava dal nulla: “Pa’, ti ricordi a Cecina? Ma com’è stato possibile… Incredibile”. Con gli occhi ancora pieni di stupore, gli stessi che aveva mentre assisteva a quel prodigio di anni addietro, mi esortava a ricordare e io, dissimulando naturalezza, sempre ribattevo: “Eh, Leo, cosa vuoi… E’ quel che succede solo ai bambini e che nessuno può spiegare, neanche il più saggio degli adulti…”
Dal campeggio alla spiaggia, si attraversa l’imponente pineta che si snoda per circa 10 chilometri lungo il litorale. Percorrevamo quella traversata almeno quattro volte al giorno ed ogni volta ne rimanevamo incantati. All’andata, si passava da un terreno incolto, con la sola ombra dei nostri berretti a proteggerci dal sole cocente e d’incanto, al di la d’una rete, s’apriva un mondo fantastico. Centinaia, migliaia di pini secolari, altissimi, a perdita d’occhio. Al suolo, un biondo tappeto immenso d’aghi secchi che s’infilavano nelle ciabatte a pizzicarci come minuscole dita i piedi, finalmente rinfrescati. Così come i nostri corpi, avvolti in quell’ombra irreale, come d’un eclissi intermittente. Il nostro incedere lento e silenzioso, su quel crepitante mare dalle immobili onde, attraversava le lame di luce che il sole scagliava tra le fronde, fittissime. In silenzio. Solo nostro, per ascoltare ciò che tutto intorno era, invece, chiasso, il meraviglioso, prepotente chiasso d’una natura padrona: il frinire di quel che avrei detto un miliardo di cicale, impastava ogni cosa.
Qua e là, il tonfo d’una pigna cadente e noi a guardar su, a vegliare sulle nostre teste e a fare a gara a chi vedeva più scoiattoli.
Così, mi venne un’idea. Mi accostai ad uno dei maestosi tronchi, posai la sacca con la roba del mare e lo affrontai con le braccia protese e il peso del corpo, come per scuoterlo. “Cosa vuoi fare?”, mi chiesero. “Cerco di far cadere una pigna”, risposi come animato da un’insensata fiducia.
Risero di gusto nel vedermi impegnato nel vano sforzo, che colorivo di sbuffi e imprecazioni scherzose. Poi d’improvviso mi feci da parte, sorridendo, ansimante. “Leo, prova tu! Hai visto mai che a un bimbo da’ retta!”. Con l’espressione di chi non avrebbe scommesso un soldo su se stesso, accettò la sfida e con tutto il suo corpicino si scagliò sul massiccio fusto. Nel mentre, mi defilai alle sue spalle e raccolsi furtivamente una delle pigne già a terra. La nascosi dietro la schiena e quando colsi il suo sguardo vinto, lo esortai a provare ancora: “Dai Leo, colpi secchi e decisi!”. Riprese fiato, riprovò con rinnovato vigore e ad ogni spinta sondava la sommità della pianta, decine di metri più su. D’un tratto, la pigna che feci cadere a pochi passi da lui, accese il suo viso d’un’espressione stupita che mi s’impresse come un tatuaggio sulla memoria. “E’ caduta! E’caduta!”, esclamò saltellando. “Può essere un caso, prova di nuovo”. Certo ormai di farcela ancora, si dispose allo sforzo, ripetendo esattamente gli stessi gesti di prima. Io feci lo stesso. Un’altra pigna, lanciata a parabola in modo da simulare una caduta dall’alto, cadde a due metri dai suoi piedi, con quel sordo rumore che per lui era il suono che fa la vittoria. Come indemoniato si gettò all’attacco di un tronco vicino e poi d’un altro e un altro ancora. La scena si ripeteva ogni volta, non lasciando più dubbi che non si trattasse di un caso. Per me, diventava sempre più facile sostenere l’inganno, preso com’era a guardare tronchi, chiome e pigne conquistate. D’un tratto si fermò ad osservarsi le mani, contemplandone i palmi quasi impaurito dal loro enorme potere.
Quello fu il Gioco della nostra vacanza, che da quella mattina si ripeté, ad ogni passaggio in pineta, nei giorni a venire. E quello fu il ricordo che più volle condividere, con tutti, nei racconti ai parenti, agli amici, nel tema sulle vacanze al primo giorno di scuola. E che più di frequente tornava alla mente, nei pomeriggi freddi e piovosi di città, a parlare di mare, di caldo e di pigne cadute. La sacca di tela con decine di pigne, ben ripulite, è ancora su, nel solaio.
Finché un pomeriggio, non molto tempo fa, all’improvviso, nel bel mezzo d’un compito a casa, mi chiamò. “Pa’…”. Gli volgevo le spalle, mentre lavavo le stoviglie. “Dimmi Le’”, voltandomi di profilo. “Pa’… ieri mamma m’ha detto che a Cecina eri tu a far cadere le pigne… Vero?... Che eri tu?...” Biascicai qualcosa, non ricordo di preciso, certo non rimasi in silenzio. Non ricordo le mie parole perché nella mente inveivo, urlavo, gridavo tutto il mio disprezzo verso quella stronza di sua madre.
“Ma per quale cazzo di motivo gliel’ha detto!”, continuavo a ripetermi senza darmi pace. A non darmela fu l’espressione sul volto di Leo, quando chiusi il rubinetto, mi tolsi i guanti di gomma e mi sedetti di fronte a lui. E mentre farfugliavo le mie ragioni, quella non mutava, era sempre lì, un’espressione delusa, come se fosse stato ingannato, tradito. Come avrei voluto trovare le parole per potergli spiegare che a tradirlo era stata sua madre. Perché gliel’avesse detto, in che contesto, ricordo però di averglielo chiesto. Lui rispose che stavano parlando del fatto che stava crescendo. “Leo, tu credi che crescere significhi credere solo a quello che puoi dimostrare?” –“No, non lo so… A ripensarci era strano che io ci riuscivo e tu no…” – “A ripensarci ora, che sai che ero io. O avevi dubbi anche allora?” – “No… Cioè, fino a ieri, quando ci pensavo non riuscivo a spiegarmelo… ma tutto pensavo tranne che potevi essere tu…” – “Ecco, appunto. Magari tra venti o trent’anni, a spasso in una pineta coi tuoi figli, ti sarebbe potuta venire la stessa idea che venne a me e, d’improvviso, quel mistero che ti aveva accompagnato per tutti quegli anni, si sarebbe d’un colpo risolto, facendoti pensare a me con un dolce sorriso, no?” – “Sì, forse sì”. Non ce l’ho mai fatta a dare il colpo di grazia a sua madre, nei nostri ragionamenti, così conclusi diplomaticamente: “Beh, mamma avrà avuto le sue ragioni per dirtelo”.
L’altro giorno, parlando dei regali di Natale per Leo, in uno dei nostri momenti di forzato quieto vivere, proposi ad Anna di valutare la possibilità di non sottoporre ancora un bambino di 11 anni suonati, al rito della letterina a Babbo Natale. “Ma è ancora piccolo, lascia che si goda ancora un po’ di fantasia!”
Spero che Leo avrà una famiglia. Con dei figli e una donna che creda alle pigne fatate.
Mi avvicino al Natale con questi pensieri e son certo che avrò solo carbone, da Babbo Natale.
Quando si parla della gente, la gente ne parla come se non fosse anch'essa gente.
La gente parla, la gente mormora, la gente è strana, gente di mare, gente che spera, la mia gente, che gente!, gente come noi che non sta più insieme, la bella gente, gentaglia, gente comune, gente persa, la gente è cattiva.
Ecco, la gente è cattiva.
Mai noi, mai io, mai tu. Sempre la gente, questa fantomatica identità senza corpo, numero, odore.
A me fa paura, la gente, ma non la gente FISICA: mi fa paura il CONCETTO di gente, quella parolina magica che ci libera di ogni responsabilità morale e ci permette di costruirci un pulpito da cui ammonirla, ammannirla, blandirla, stigmatizzarla.
E' facile farlo: non ha categoria, non ha quasi carattere, questa benedetta gente, è solo una metafora di ciò che non vogliamo ammettere di essere.
IO sono la gente.
TU sei la gente.
TUTTI siamo la gente.
Se ce lo ripetessimo un po' più spesso, forse, la gente sarebbe migliore.
Il post del lunedì è quasi sempre sermonico, e qualcuno potrebbe pensare che la domenica vado in chiesa e faccio un riassunto. Non ci vado, in chiesa: la domenica accendo quell'elettrodomestico che resta quasi sempre spento in casa mia, chiamato televisore, e quasi sempre ciò che vedo mi suscita fastidio e/o riflessione. E la frase di ieri che mi ha fatto riflettere è stata "io non sono religioso, sono spirituale: le religioni dividono la gente, la spiritualità le unisce".
Amen.