lunedì 5 gennaio 2015

Psicopatologia della colazione siciliana

Pasticceria Don Gino, Bagheria (foto presa dal web)
Quando si visita la Sicilia o ci si vive da poco, una delle battaglie più ostiche che lo straniero dovrà affrontare è la colazione al bar.
Un atto quotidiano e fondamentalmente semplice come la refezione mattutina diventa, in terra sicula, un rito propiziatorio di stampo tribal-provincialistico le cui regole non possono essere ignorate, pena l'ostracismo degli altri avventori e una gastrite cronica con reflusso al sapore di ricotta.
Ecco poche semplici regole da seguire quando si opta per un desinare mattutino 100% trinacrioto.


#1
LA BRIOCHE NON VA MANGIATA DA SOLA


Col suo colore dorato e il profumo dolce, la brioche vi fissa dal banco con aria invitante. La sua sensuale cupoletta e la forma tondeggiante di muliebre memoria vi irretiranno inesorabilmente, come un canto di sirena. Non cascateci!
La brioche, proprio come le sirene di Ulisse, è bastarda dentro. Se mangiata da sola, risulterà stoppacciosa e difficile da terminare, lasciandovi poi con una sete porca che vi accompagnerà per almeno 3 giorni.
Benché la sua pasta risulti morbida e saporita, infatti, la spennellata d'uovo che la rende così colorita vi sarà fatale e indigesta. Esistono solo due modi per consumarla: se siete a Catania, con la granita (rigorosamente alla mandorla, pistacchio o gelsi), se siete a Palermo, infarcita di gelato.
In entrambi i casi funziona da pasto unico, lasciandovi sazi e appagati (e senza acidità di stomaco) fino al giorno dopo.

#2
SI' AL CANNOLO, MA MAI D'ESTATE


Le pasticcerie più serie non vi rifileranno MAI un cannolo con la ricotta ad agosto, per ovvi motivi climatici. Anche se tenuta in frigorifero, la temperatura esterna farà sì che la ricotta vi si cagli nello stomaco nel giro di 0,8 secondi netti. Le conseguenze saranno nefaste: diarrea, perdita dell'equilibrio, allucinazioni. Ottima se fate uso di droghe e avete finito la scorta di MDMA, letale in ogni altro caso.
Scegliete la brioche col gelato!

#3
L'IRIS NON E' UN FIORE


Dimenticate quello che avete imparato a scuola durante la lezione di scienze: in Sicilia l'unico Iris noto è una pasta dolce, ripiena di crema alla ricotta o cioccolato. Di forma tonda e dalle dimensioni vicine a quelle della testa di un bambino di 4 anni, l'Iris è destinato a chi fa della colazione un gesto apotropaico. Simbolo di abbondanza, fertilità e spregiudicatezza, l'Iris è una sfida all'ultimo morso, adatta solo ai più impavidi. In genere la scelta del ripieno si fa in base all'abbigliamento: considerato che non sbrodolarsi metà del contenuto dell'Iris addosso è praticamente impossibile, si consiglia la crema di ricotta su colori chiari e il cioccolato su colori scuri.

#4 

LA CREMA NON E' QUELLA CHE CREDETE

Anche il concetto di "crema", in Sicilia, assume significati diversi; per i trinacrioti, infatti, la crema è rigorosamente quella di ricotta. Se volete la crema classica al limone o vaniglia, aggiungete un "gialla". Il barista vi guarderà un po' sconcertato (chi cavolo mangia la crema gialla in Sicilia?), ma vi accontenterà. Se sbagliate e siete allergici alla ricotta, NON FIATATE!!!
Qualunque siciliano fa della ricotta una questione personale, pertanto ingollate il tutto e correte nell'ospedale più vicino, sperando in un dottore d'oltre-Stretto come voi che capisca la situazione e non vi mandi via a colpi di marranzano in testa.

#5 

PENSATECI PRIMA

I bar siciliani, al mattino, strabordano letteralmente di "pezzi" (così si chiamano, pezzi) dolci, e la scelta può provocare confusione, tachicardia, attacchi di panico e sindrome di Stendhal. Le possibilità che questi malori si verifichino aumentano esponenzialmente quando il bar è molto frequentato da sfaccendati e anziani (cioè nel 99,9% dei casi, altrimenti il bar non è buono e vi consiglio di uscirne) che, non avendo altro da fare e nessun posto dove andare, vi fisseranno con sguardi di fuoco vagliando attentamente ogni vostro gesto. La scelta migliore sarebbe decidere già a casa, appena svegli, cosa prendere al bar, ma se non l'avete fatto non fatevi prendere dal panico. Niente tic nervosi, niente risatine isteriche. Respirate, fissate il barista negli occhi, e chiedete un cornetto vuoto. Le reazioni saranno al massimo di compatimento e ironia, ma ne uscirete vivi e con il vostro pezzo da gustare.

#6 

IL CORNETTO

Ovviamente, in Sicilia non mancano i cornetti. Se siete sopravvissuti alla crisi del punto #5 e avete deciso di scegliere un cornetto, potreste scoprire che alle varianti classiche (crema gialla, marmellata e nutella) se ne aggiungono una cinquantina. Il cornetto siciliano non è come gli altri: spavaldo, sicuro di sé, un po' pavone, vi stupirà con le sue varianti: pistacchio, crema di ricotta (e figurati), 80 tipi di marmellate diverse, metà cioccolato e metà crema, con le gocce, con i canditi, salato, col prosciutto e formaggio.
Anche qui però la trappola è in agguato: non chiedete mai il cornetto integrale al miele e cereali, tanto caro ai nordici delle diete "vorreimanonposso", perché qui non esiste (ed è facile intuirne i motivi).

Come si fa, infatti, ad essere a dieta in Sicilia?

#7 

SALATO E' BELLO

La regola che più di tutte vi stupirà è indubbiamente questa. Malgrado l'infinita scelta di dolci da abbinare al proprio cappuccino (o succo di frutta o caffè, almeno sulle bevande in Sicilia funziona come nel resto d'Italia), molti, moltissimi siciliani preferiscono una colazione salata.
Indubbiamente, quella goccia di sangue normanno che scorre nelle vene dei veri trinacrioti fa sì che l'appetito mattutino si risvegli con pizzette, calzoni, arancine/i (nomino entrambe le denominazioni per par condicio sicula, perché questo preparato a base di riso ha una sessualità variabile in base alla zona in cui vi recate), pasta alla norma e altri preparati fritti, unti, sugosi e saporosi.
Solo per stomaci forti: la salsa di pomodoro col riso fritto ha, nella maggior parte dei non-siculi, lo stesso effetto del cannolo ad agosto.


Sicuramente ci sono tante altre regole ancora oscure alla sottoscritta. Scoprire i misteri dei siciliani è impresa ardua, non tanto per la proverbiale ritrosia (ormai debellata dalla crisi morale degli ultimi vent'anni, che ha perfino convinto le vecchiette sicule a depilarsi le ascelle) quanto per l'assoluta naturalezza con cui essi si muovono in questo habitat popolato da treccine, brioche, cornetti, sfogliatine alla mela, cannoli e Iris; il disorientamento dell'oriundo è impossibile da comprendere per l'autoctono.
Se l'esperienza vi sembra troppo complessa e delicata, comprate un pacco di Pan di stelle e barricatevi in casa, ma io ve lo sconsiglio: vi perderete una delle tante meraviglie di quest'isola e attirerete gli strali dei siciliani intorno a voi, che hanno come obbligo morale quello di farvi abbuffare fino all'indigestione (concetto, quest'ultimo, estraneo in Sicilia).








giovedì 4 dicembre 2014

L'enciclopedia

Quando ero bambina e a scuola mi davano una ricerca da fare, in me combattevano due sentimenti contrastanti: da un lato, un'enorme gioia, dall'altro una gran paura di fallire.
La gioia era dovuta al fatto di poter passare, per dovere e non per piacere, un intero pomeriggio sfogliando l'enciclopedia. Vedete, sulla bambina che ero l'enciclopedia aveva un fascino incredibile: quei libri messi così in alto, su uno scaffale per me irraggiungibile, pesanti, odorosi di carta e stoffa, erano una sorta di Santo Graal. Tutto il sapere del mio piccolo mondo era lì dentro, e non c'era piacere più grande che sfogliare quei paginoni semilucidi cercando una parola e ritrovarsi, ore dopo, ad aver letto altre 20 nozioni che non c'entravano nulla. Da qui derivava il secondo sentimento, la paura. Perché sapevo, ero matematicamente certa, che avrei iniziato la mia ricerca scolastica alle 16.30 (dopo il primo cartone di Bim Bum Bam), e che alle 20.00 sarei stata sì e no a metà, persa nel mio mondo di parole. L'enciclopedia, per me, era un viaggio: cercare un termine, e incontrarne altri 10 sconosciuti, e andarli a cercare, e così via... una infinita ramificazione di parole che non conoscevo ancora, e che non avrebbero mai più avuto quel sapore di carta e scoperta e pomeriggi sul tappeto della mia cameretta.
Il giorno dopo la professoressa si sarebbe accorta che la mia ricerca era molto ben svolta nella prima parte, per poi chiudersi in maniera frettolosa. E sul foglio avrebbe scritto "è intelligente ma non si applica", pensando che avessi avuto fretta di finire quel compito per andare a giocare con le bambole o a guardare la tv. Il viaggio del giorno prima era il mio segreto, e andava bene così.

domenica 31 agosto 2014

La "mafia" delle associazioni culturali: quello che tutti gli hobbisti e artigiani dovrebbero sapere


Foto dal web ritraente Fontanellato (PR)
PREMESSA: QUANTO SEGUE FA RIFERIMENTO A LEGGI DI NATURA REGIONALE, NELLO SPECIFICO ALLA SITUAZIONE DELLA REGIONE SICILIA, MA ALCUNE NORMATIVE HANNO CARATTERE NAZIONALE, OVE LA REGIONE NON AVESSE LEGIFERATO DIVERSAMENTE.

E' da tempo che volevo scrivere di questo argomento, e finalmente ho raccolto abbastanza materiale per farlo con cognizione di causa.


In concomitanza con feste patronali, sagre, manifestazioni culturali e concerti, è d'uopo che le associazioni culturali del territorio organizzino una mostra dell'artigianato e/o un mercatino di prodotti tipici e di lavori di hobbistica. A fronte del pagamento di una cifra che generalmente varia dai 5 ai 35 euro al giorno, si "acquista" il diritto di occupare una porzione di suolo (mt 3x3 è lo standard), di montare il proprio gazebo o affittarne uno, e l'eventuale utilizzo del punto luce.

Poche settimane fa ho organizzato personalmente una mostra dell'artigianato a Bagheria, all'interno di Villetta Ugdulena, per i giorni della festa del santo Patrono. Le adesioni sono state minime a causa dei tempi ristretti, ma il risultato è stato  più che positivo: non solo per chi ha esposto i propri lavori, ma anche e soprattutto perché si è potuta far luce sulla situazione REALE dell'hobbistica in Sicilia. Andiamo dunque a cercare di capire come funziona.

LA NORMATIVA


La  legge regionale 22 dicembre 1999, n. 28,
che disciplina il 
commercio su aree private nel territorio regionale, dice quanto segue:


“La presente legge non si applica: (…) a chi venda o esponga per la vendita le proprie opere d'arte, nonché quelle dell'ingegno a carattere creativo, comprese le proprie pubblicazioni di natura scientifica od informativa, realizzate anche mediante supporto informatico”. 
 In seguito l'assessorato alle attività produttive della Regione Sicilia, con circolare  n. 6 del 22 ottobre 2013, è andata a specificare meglio quale attività sia da ritenersi "hobbistica":
 "ovvero degli operatori non professionali che non esercitano alcuna attività commerciale, ma vendono in modo del tutto sporadico ed occasionale,prevalentemente su aree pubbliche appositamente individuate dalle amministrazioni comunali, i prodotti dell'ingegno e della creatività realizzati dagli stessi hobbisti."
(LINK CIRCOLARE: https://pti.regione.sicilia.it/.../02%20CIRCOLARE%20HOBBISTI.pdf  )

In uno Stato funzionante, la legge nazionale regolamenterebbe lo svolgimento dei mercatini in maniera chiara e univoca, ma ahimè! La legge attuale è tanto carente sulla definizione di hobbistica quanto sui parametri per esporre.
Posso quindi limitarmi a raccontare la mia esperienza nell'organizzazione del mercatino qui a Bagheria, la città in cui vivo.



COME SI ORGANIZZA UN MERCATINO DELL'HOBBISTA

Per organizzare una manifestazione di interesse culturale, le strade da perseguire sono due: chiedere il gratuito patrocinio all'assessore di competenza (che determina lo sgravio DEL SOLO PAGAMENTO DEL SUOLO PUBBLICO), oppure seguire il normale iter burocratico con oneri annessi.

Il costo STANDARD per l'occupazione del suolo pubblico è di € 32 in marche da bollo (2 marche da 16 euro l'una), € 25 di oneri di istruttoria, più € 2,17 a metro quadro occupato (prezzo di Bagheria, varia in base al Comune).
Se la manifestazione è organizzata da privati cittadini senza l'avallo di associazioni no-profit, la richiesta va presentata SINGOLARMENTE: in pratica, ogni artigiano/hobbista avrebbe dovuto pagare, nel mio caso, quasi 100 euro per un giorno!

COME HO RISOLTO 


A fronte di questo prezzo folle, ho chiesto l'aiuto di un amico che ha un'associazione culturale no-profit, scoprendo così che non solo l'associazione può presentare istanza unica e distribuire poi gli spazi a sua discrezione (e quindi pagare una sola volta marche da bollo e oneri), ma ha diritto, in caso di manifestazioni di interesse culturale, ad un abbattimento dell'80% su istruttoria e suolo, e all'abolizione delle marche da bollo.
Ho così presentato istanza con carta intestata dell'associazione, richiedendo e ottenendo l'abbattimento dei costi, visto che si trattava di una esposizione di artigianato locale.

Alla luce di ciò, la spesa totale per circa 30 mt quadri è stata di soli 17 euro, spesa che ho poi diviso con gli espositori (che erano 4, e hanno pagato "ben" 4 euro a testa... 1 euro l'ho messo io) ai quali ho rilasciato fotocopia della ricevuta di pagamento, dell'istanza presentata e della concessione del suolo.

COSA SUCCEDE DI SOLITO?


Quello che generalmente accade con le associazioni è che chiedono una cifra molto più alta dei 4 euro spettanti ai miei espositori (come ho già scritto, si arriva anche a 35 euro al giorno), cifra che, se può essere giustificata quando affittano gazebo e generatori elettrici, non può essere assolutamente motivata dal solo suolo pubblico, che a loro costa molto molto meno.
A mia memoria, inoltre, NESSUNO mi ha mai mostrato le ricevute di pagamento, né la concessione del suolo, tantomeno mi è stata rilasciata una ricevuta per l'affitto dei materiali suddetti (ricevuta che, pur non essendo obbligatoria per legge quando si ha la dicitura no-profit, sarebbe comunque una certificazione in mano all'hobbista in caso di controlli). 


La domanda che mi pongo, dunque, è semplice: 

COME SI PUO' CHIAMARE "NO PROFIT" UNA ASSOCIAZIONE CHE, INVECE, LUCRA IN MANIERA SISTEMATICA SU HOBBISTI E ARTIGIANI, VENENDO MENO NON SOLO AL PRINCIPIO BASILARE DELL'ASSENZA DI PROFITTO, MA ANCHE E SOPRATTUTTO ALL'INTENTO ALTRUISTICO ALLA BASE DI QUESTO TIPO DI ASSOCIAZIONI? 

Quali considerazioni si possono trarre da questa esperienza
Ciò che ho imparato, in seguito a questa mia prima esperienza, è quanto segue:
1) I prezzi che le associazioni richiedono, molto spesso, non sono assolutamente giustificati dal costo del suolo come ci fanno credere;

2) queste associazioni LUCRANO sugli artigiani, tenendosi in tasca cifre pari a circa il 90% di quello che richiedono per lo spazio di allestimento;
3) esiste un buco normativo a livello nazionale, regionale e in molti casi (come il mio) comunale, che permette a queste "associazioni no-profit" (virgolettato per ovvi motivi) di speculare sulle spalle di chi vuole mettere a frutto il proprio ingegno e la propria creatività.


Per quanto mi riguarda, d'ora in poi starò molto più attenta, scegliendo con cura le associazioni con cui esporre i miei gioielli.

Su Bagheria ho preso un impegno con me stessa: quello di creare un movimento per hobbisti e artigiani che permetta di esporre in serenità, nel rispetto delle regole e soprattutto senza pagare il "pizzo" a gente che spesso prende i soldi e sparisce, senza neanche garantire un minimo di sicurezza e di esclusività ad eventi che, per loro, sono solo salvadanai facili a cui attingere senza scrupoli!

Occhio!

giovedì 28 agosto 2014

E' facile non maltrattare una centralinista se sai come farlo

Tra le mie variegate esperienze lavorative di cui in questo blog ho parlato spesso, figura anche un anno e mezzo in un call center in outbound (ossia l'operatore che chiama il cliente) per vendere pacchetti telefonici Telecom.
Come qualunque centralinista sa, questo è uno dei lavori dove, in assoluto, si beccano più vaffanculo, ed è facile capire il perché: dalla casalinga col bambino rompipalle, alla commessa stressata e sottopagata, chiunque riceva l'ennesima telefonata dall'ennesimo operatore telefonico si trova a portata di mano (letteralmente) la possibilità di sfogarsi con un/a poveretto/a che non vedrà mai.

 Il vaffanculo all'operatore telefonico è la psicoterapia prét-à-porter del nuovo millennio: facile, liberatorio, rapido, gratuito e senza strascichi. 
Lo sappiamo tutti che la centralinista, quasi quasi, un bel vaffa se lo aspetta: senti la sua voce un po' intimorita entrare nel tuo orecchio in punta di piedi, quasi trattenendo il respiro dopo aver detto "chiamopercontodiTizioeCaio" e cercando di capire se hai già riattaccato, mentre cerca di coprire con la mano il sottofondo di colleghi vocianti e ciancianti di centesimi, megabyte, adsl e assistenza tecnica.

Ogni volta che un cliente mi buttava addosso parolacce di vario genere, pensavo a quel figone di Neo, che si teletrasporta da una parte all'altra di Matrix attraverso la cornetta del telefono: allo stesso modo, lo stress di chi riceve la chiamata viene spedito all'operatore, che torna a casa con i capelli dritti e la voglia impellente di ammazzare qualcuno.

SI PUO' EVITARE TUTTO QUESTO STRESS?


Ma certo!

Nel corso degli anni ho imparato una tattica che non solo porterà beneficio all'utente disturbato, ma anche e soprattutto all'operatore telefonico (che, ricordatevelo, è spesso sottopagato, per non dire sfruttato).

Suona il telefono ed è la signorina Chiara per conto di Telecom Italia?
No problem!
Fatele dire fino in fondo la sua tiritera, visualizzando mentalmente una scena rilassante come le cascate del Niagara, il deserto africano o Rocco Siffredi che mangia patatine.
Quando vi rendete conto che ha terminato, ditele GENTILMENTE e con tono SORRIDENTE (se sorridete al telefono si sente, lo dice anche la Ferilli in "Tutta la vita davanti"):


"Grazie mille signorina, volevo aderire alla vostra offerta una settimana fa perché è molto conveniente, ma con una sua collega abbiamo verificato la copertura e purtroppo qui non c'è... sa, vivo (in campagna/al mare/sul cocuzzolo della montagna/posti isolati random).
Non credo da una settimana all'altra sia cambiata la situazione, purtroppo!"


SBAM.

L'avrete spenta, perché:
a) lei non sa dove vivete
b) lei non sa se vi hanno già chiamati altre volte, ma se lo aspetta

c) non può verificare la vostra copertura
d) siete stati gentili ed educati, nessuno 
lo è da almeno 4 ore, e con una persona così gentile non si insiste.

Chiara non potrà fare altro che chiudere la telefonata: voi ringraziatela e auguratele buon lavoro, sempre sorridendo.

Con questo metodo avrete ottenuto vari benefici:
- Avrete detto no senza dire no
- Avrete mantenuto la calma guadagnandone in fegato

- Chiara non si sentirà frustrata perché fa un lavoro di merda
- Avrete dato l'illusione a una ragazza, probabilmente universitaria e squattrinata come lo ero io, o magari mamma divorziata che deve dar da mangiare a suo figlio come erano tante mie colleghe, di fare un buon lavoro, di essere utile alla società.

COSA FARE SE LA VOGLIA DI DIRE "VAI AL DIAVOLO" RESTA?

Semplice: rivolgete i vostri anatemi a questo Governo che permette situazioni lavorative al limite della legalità come quelle dei call-center, dove persone COME VOI E COME ME guadagnano pochi euro per fare da sfogatoio agli italiani. Prendetevela con le aziende che sfruttano queste persone. Prendetevela con chi dovete prendervela realmente se eravate già nervosi, e se non potete andare a correre, fate shopping, cucinate una torta.


Buon call center a tutti gli operatori e buone risposte educate a tutti coloro che ricevono, come me, almeno due telefonate al giorno!